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07 29 GENCONOCI - Sabato 31 luglio alle ore 20 nel Chiostro delle Clarisse a Noci (via Porta Putignano), ci sarà la presentazione dell’installazione di Nicola Genco, intitolata Passi falsi. Riflessioni sull’Antropocene, a cura della critica d’arte Lia De Venere.

L’installazione, che sarà visitabile già dalla serata del 29 luglio, è stata realizzata con la collaborazione dell’Associazione ETRA E.T.S. e fa parte delle attività previste nell’ambito della seconda edizione del Festival Chiostri, inchiostri e claustri. Letture di mezza estate, che si terrà dal 29 luglio al 1° agosto nella cittadina pugliese, ed è organizzato da Formiche di Puglia Parco letterario “Tommaso Fiore”, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Puglia e del Comune di Noci e con la collaborazione di Lunedì Letterario, Fatti di carta, Mondadori point, Spillover Il contagio delle parole.

Così scrive la curatrice Lia De Venere: Nell’epoca geologica attuale che, con un termine puntuale ed efficace nato vent’anni fa, ma ancora non unanimemente condiviso a livello scientifico, viene definita Antropocene, l’azione dell’uomo sull’ecosistema, in particolare nell’ultimo secolo, è divenuta sempre più invasiva e dannosa, provocando gravi effetti immediati e a lungo termine, come i cambiamenti climatici, il riscaldamento degli oceani, la riduzione delle foreste, la modifica dell’equilibrio idrogeologico naturale, il decremento progressivo della biodiversità. I cicli del carbonio, del fosforo e dell’azoto sono stati stravolti, l’anidride carbonica e il metano hanno raggiunto altissime concentrazioni nell’atmosfera. Scorie nucleari e grandi quantità di particelle di calcestruzzo, plastica, acciaio sono oggi massicciamente presenti nel suolo, nei mari e nell’aria.

Con la consueta levità espressiva, frutto di un’attitudine narrativa affinata dalla capacità di trasfigurare poeticamente la realtà, attraverso questa complessa installazione Nicola Genco ci attrae all’interno di una toccante prefigurazione di un futuro non troppo lontano. Davanti a nostri sguardi, costruiti con assiduo esercizio di sintesi, Genco appronta scenari inquietanti, indizi eloquenti delle infinite e molteplici sofferenze odierne del pianeta Terra, di quella Madre Terra, che i suoi figli sembrano aver dissennatamente deciso di condannare a una morte lenta.

Un’umanità minacciata da se stessa, dunque, da tutto quanto in un lasso di tempo non superiore al secolo e mezzo è riuscita a fare ai danni dell’ecosistema, rendendolo – progressivamente e in maniera in alcuni casi irreversibile – in molti casi inospitale.

Su formelle di argilla cruda, solcata da crepe profonde, quasi fosse aggredita da un’ineluttabile siccità, Genco ha posto degli uomini, seduti o in ginocchio, con le braccia conserte, pensosi e come in attesa di qualche evento. A fianco le foglie cadute, ma ancora vitali di specie diverse, a dare testimonianza delle serie minacce che subisce la biodiversità naturale e, poco più in là, un piccolo stormo di volatili in sosta, come sopravvissuti all’ennesima catastrofe ambientale, ma ancora capaci di aprire le ali e librarsi in volo.

E a suggello di una messa in scena struggente e affascinante al tempo stesso, che si può leggere come un’oggettiva presa d’atto e insieme come un accorato invito alla speranza, l’artista ha posto ­– deliberatamente e opportunamente – un piccolo campo di papaveri ancorati alla pietra e con i petali e gli steli arruffati dal vento. Il papavero, simbolo di fertilità, sacro alla dea Demetra (Madre Terra), che nella mitologia greca è la dea dell'agricoltura, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, è una pianta selvatica che si adatta a qualsiasi terreno, pur prediligendo quelli calcarei e asciutti, ma soprattutto – e qui, a mio avviso, risiede verosimilmente il motivo principale della scelta dell’artista – è una specie pioniera, tra le prime a ripopolare le terre incolte.

Uno scenario - quello ideato da Genco – realizzato interamente con la terra cruda o cotta e giocato esclusivamente sui toni del bianco e del grigio, in cui colori sono spariti, forse accantonati per un futuro diverso. E i papaveri hanno perso il loro seducente rosso vermiglio per farsi bianchi, come nelle specie rare della pianta, in alcuni luoghi considerate simboli di sventura e di sonno eterno, in altri invece metafore di felicità e di purezza e capaci di risvegliare in cuori insensibili il palpitare dei sentimenti.

“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco passo per l’umanità”: sono le prime parole pronunciate il 21 luglio 1969 da Neil Armstrong, mettendo piede sulla superficie lunare. Un momento importante nella storia dell’umanità, di cui dopo oltre cinquant’anni si conserva un ricordo vivido e ancora emozionante. Ai tanti e irragionevoli “passi falsi” impressi nell’ultimo secolo dagli uomini nel corpo vivente del nostro pianeta in nome di un’idea di progresso non sempre lungimirante, allude qui l’artista. Ad essi va imposto al più presto un saggio e perentorio dietro front, per avviare un indispensabile cambiamento epocale che possa rimettere in equilibrio virtuoso il rapporto tra la terra e l’umanità.

Perché, come aveva scritto François Mauriac: “È inutile per l’uomo conquistare la Luna, se poi finisce per perdere la Terra” (Bloc-notes, 1952-1970).

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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