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Film "costruito" a tavolino. Storia fumettistica e improbabile

 

palco06Nel finale di "Cemento armato" di Marco Martani, al Formiche di Puglia, i due protagonisti pluriomicidi, il giovane delinquente e il "boss" anziano, muoiono insieme nell'Aniene. Siamo a Roma ma non nei paraggi del Tevere, bensì dell'altro fiume della città eterna, quello che scorre in periferia e che fu "cantato" da Pasolini in "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta". E' la Roma delle ex borgate (anche se la Garbatella dove abita il giovane Diego è semicentrale), la Roma della speculazione edilizia e del cemento. Il film è tratto da un romanzo di Sandrone Dazieri, autore de "La cura del gorilla" ambientato tra Cremona e Milano, nonchè curatore dei Gialli Mondadori e cofondatore di Colorado Noir, collana di "noir" pronti a essere trasferiti sullo schermo (il primo esempio di ciò fu "Quo vadis, baby?" di Salvatores). Si parla di "neo-noir" per questi due film a cui ora segue il terzo che esce in contemporanea al libro. Martani fu lo sceneggiatore di "Notte prima degli esami" e tra gli sceneggiatori di "Cemento" c'è Fausto Brizzi, regista di quel film.


Tra gli interpreti di "Cemento" troviamo Nicolas Vaporidis, protagonista de "La notte..." e Carolina Crescentini che interpretò "Notte prima degli esami...Oggi". Altro attore di "Cemento..." è Ninetto Davoli, un borgataro (imbrattato di sangue, questa volta) che vuole rimandare direttamente a Pasolini. Tutti questi sparsi elementi fanno intravedere il disegno che si cela dietro la "fabbricazione" di quest'opera. Film "costruito" a tavolino sia per gli intenti commerciali che si propone sia per la storia che risulta fumettistica e improbabile: si pensi alle troppo numerose coincidenze e agli intrecci tra personaggi (il boss che senza saperlo ha ucciso il padre del giovane rivale di cui, ancora senza saperlo, ha già violentato la fidanzata in un incrocio di violenze e vendette tra diverse generazioni di delinquenti all'ombra dei casermoni e dell'Aniene). Il film vuole essere un altro esempio di "giallo all'italiana" con ispettori collusi con la malavita, sicari, guardiaspalle, boss e giovani leve del crimine che finiscon col collidere con i grandi capi che stranamente si espongono in prima persona (è il caso dell'uccisione da parte del "Primario", l'efferato speculatore che commercia in cocaina e prostituzione, dell'albanese; uccisone gratuita che fa il paio con l'altro albanese ucciso ne "La cura del gorilla").

Questo elementare e meccanicamente plateale "gangster movie" all'italiana (siamo lontani dall'indagine sociologica e psicologica di "Romanzo criminale") non si basa sulla realtà, ad onta di uno stile "naturalistico", bensì sulla deformazione fumettistica e fotoromanzesca di un mondo criminale sostanzialmente non conosciuto né approfondito che non produce personaggi ma macchiette e stereotipi (si salvano Maria Paiato, la madre di Diego-Vaporidis, e la Crescentini per una sua certa accorata intensità di sguardo e di motivazioni). Questa storia, poi, viene offerta a quei giovani che si erano identificati nei personaggi, sentimentali, di "Notte": la stessa presenza di Giorgio Faletti, ovviamente ancora più "carogna" rispetto a quel film, avvalora la tesi sul tipo di destinatario a cui il film ambiziosamente mira, volendogli offrire una versione tragica dell'amore di due coetanei. Non trovandoci più a Bologna ("Quo vadis...") o a Cremona ("La cura...") Dazieri e gli sceneggiatori (assieme al regista) cercano un quarto di nobiltà in Pasolini e credono di trovarlo rievocando una Roma periferica ("la vera Roma", dice Faletti) "abitata", tra gli altri, dall'attore pasoliniano per eccellenza in un ruolo pasoliniano, il borgataro di Davoli. Come si vede, è un film molto pensato ma più per gli effetti che per i presupposti strettamente narrativi e cinematografici.

Il risultato è un film falso e improbabile, malamente studiato e costruito. Paradossalmente il film resta in mente per piccoli dettagli d'arguzia (visivamente è bello il movimento di macchina che dal ponte ci mostra il fiume). Faletti è soprannominato il Primario perchè in origine era un portantino che, arrivato a Roma (Tiburtina) si dà all'edilizia, poi alla coca e alla tratta delle "bianche". Curiosa è anche la propensione linguistica del suo guardiaspalle, un nero appassionato di etimologia. Così ci spiega cose che non sapevamo: il significato di "O. K." ("zero killed", come si diceva durante la guerra civile americana) e di "gringos", cioè "green go", come gridavano i messicani ai soldati americani le cui divise erano verdi. Zorzi-Faletti, morto il suo sottoposto, si lascia andare a un rimpianto (unico segno d'umanità in lui) e fa la stessa domanda-indovinello a un altro suo subalterno, salvo ricredersi subito, dicendogli "lascia stare". Ma sono dettagli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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