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Suor Agata Leone: sette volte Badessa di Santa Chiara

04 10 SANTA CHIARAPagine di storia - Noci la conosce poco. Eppure è la donna che dona maggior ‘santo’ prestigio al convento delle monache di santa Chiara nei suoi quasi tre secoli di esistenza. Pietro Gioja, nelle sue Conferenze istoriche, le dedica alcune pagine. Riprende le notizie biografiche da una Cronica di tutti i conventi della Terra di Bari pubblicata, nel 1723, dal francescano padre Bonaventura da Lama che, a sua volta, attinge dal Leggendario francescano pubblicato qualche anno prima. A lei dedica, nel 1846, una breve nota, anche, Sigismondo da Venezia nella sua Biografia serafica degli uomini illustri.

A lei Noci non pensa mai di rendere la dovuta considerazione. Neanche con l’intitolazione di un vicolo cieco. C’è da chiedere venia. Comunque, ecco la ‘nocese’ Agata Leone, ‘santa’ badessa per sette trienni. Beatrice è il suo nome di battesimo. Nasce nell’ottobre del 1617. Riceve il battesimo il 29 ottobre da don Angelo Laterza. Commara è Paolina di D. Roberto di Taranto. I genitori: Leone de Leone e Silvia Sisto.

04 10 AGATA LEONE 1Il nome del padre spunta in tanti documenti tra la fine del ‘500 e i primi decenni del ’600. Atti pubblici e privati. Appare presente, cioè, nelle attività amministrative del paese e in tanti rogiti notarili. È un ‘possidente’ impegnato nelle attività amministrative dell’Università. Nel 1505, un suo antenato, Leonardo Leone, fonda, entro la torre del campanile, la cappella della Madonna di Loreto. Nel 1646, sindaco di Noci è Mario Leone. Non è lui, ma certamente un suo familiare.

Il casato della madre è di alto rango. Don Angiolo e don Colantonio sono, rispettivamente, arcipreti nel 1535 e nel 1576; il giudice Stefano è il fondatore, nel 1547, della cappella di santa Maria di Costantinopoli. Nella seconda metà del ‘500,  Antonia Sisto sposa Alessandro de Scio di Olibano, Governatore di Noci e il primicerio (seconda carica capitolare, dopo l’arciprete) Scipione Sisto fonda la cappella di san Giovanni Battista e, nelle immediate vicinanze, nell’attuale via San Giovanni, nel 1595, costruisce una casa la cui epigrafe sulla porta d’ingresso è ancora oggi leggibile: Dominus Scipio Sistus Domum hanc fieri fecit anno Domini 1595 (Don Scipione Sisto fece costruire questa casa nell’anno del Signore 1595). Don Modesto è, nel 1660, responsabile della chiesa di Alberobello.

Scrivono gli autori del Leggendario francescano: sono, i genitori, tanto ricchi di beni di fortuna quanto devoti e pietosi. Grande è l'amore della madre per questa sua figlia. Beatrice cresce ammaestrata nel timore di Dio e nella devozione alla Madonna. A sette anni il diavolo inizia a odiarla prevedendo, forse, l’utile che ha da portare a molte anime. Una notte, un cane nero di smisurata grandezza le si avvicina al letto, le getta con furia le branche nella gola per soffocarla. Beatrice pronuncia a mezza voce: ...Gesù, Maria. Il demonio fugge con gran rumore. Allo strepitio, si svegliano la madre e la serva: la fanciulla è come morta con lividure al collo. Racconta, poi, l’accaduto. Scatta, in questo momento, la vocazione monastica: consegna alla madre di Dio il fiore della sua verginità pregandola di darle il modo di servirla in tutto il tempo della sua vita.

04 10 AGATA LEONE 2A Noci, nel 1630, si apre il monastero delle clarisse. A 13 anni, Beatrice è tra le prime a vestire l’abito di Santa Chiara con il nome di suor Agata. Non sa leggere: afflitta prega affinché sia illuminata. Una mattina, dopo la comunione, una luce sopraggiunge nell’intelletto, dissipandole le ombre dell’ignoranza. Inizia a leggere la vita dei santi, a recitare l’ufficio divino e ad illustrare la sacra scrittura. Illustrata nell’intelletto, suor Agata illustra la sua anima con la penitenza nel rispetto della regola: digiuno continuo, pochissimo sonno, preghiera instancabile, continua contemplazione. Chi le è vicina crede che dorma profondamente. Invece è vera estasi.

Benché novizia, è già maestra delle consorelle. Per sette trienni consecutivi, nonostante che per quattordici anni stia immobile nel letto e perda la vista, le consorelle la eleggono badessa. Durante l’infermità, nel governo della comunità, affiorano i doni della rivelazione e della profezia. Legge nel cuore delle monache afflizioni e travagli dell’anima. Corregge difetti, consola dalle tentazioni. Dalla cella, individua le consorelle che in coro pregano con fervore o con negligenza, che non sanno prendere il punto della meditazione e che, in monastero, fanno del bene o dell’altro. Anticipa i bisogni spirituali e materiali: ad una afflitta suora assicura che non perderà il suo padre spirituale; a suor Chiara Vincioli, in convento contro la volontà dei parenti, garantisce che il padre consegnerà la dote nel giorno stesso della professione.

Sono miracolosi, anche, gli interventi per ridare la salute alle sue consorelle. A suor Bernardina Barberis ridona la salute degli occhi; a suor Antonia Petrone, inabile ai servizi del monastero, restituisce l’uso della mano; a suor Rosa Stassi, impotente al cammino, rimette in sesto un ginocchio; a suor Tommasa Colomba annulla l’eccessivo dolore dei denti. Di loro conosce anche il destino dell’anima al distacco dal corpo. Sa della condanna di una suora a patire in purgatorio per tre colpe: per aver tenuto poco conto delle indulgenze, per essere stata distratta nell’ufficio divino e negligente nel togliere i difetti. Dell’anima di suor Tecla Viterbo, invece, passata a licenziarsi e a chiedere la benedizione, sa d’essere destinata al purgatorio perché, tra le negligenze, non interveniva mai agli esercizi comuni ma stavasi ritirata in cella.

Per le sue virtù, suor Agata riceve il dono della rivelazione per conoscere i segreti delle coscienze e della profezia per sapere tutto quello che deve succedere. A Gennaro D’Amico, presidente della Regia Camera, a Noci per la numerazione dei fuochi, in partenza per la Calabria, consiglia di non portare moglie e figli per pericoli nel viaggio ...pericoli che realmente avvengono.

A Giulio Cesare Cassano che vuole accasare un figlio che si trova in Napoli dice che il suo è un vano desiderio: quel figlio ascende agli ordini sacri.

Al notaio Adriano Barberis anticipa la nascita di un figlio maschio.

A Gianvincenzo Miccolis che si raccomanda per avere un figlio dice di lasciar perdere, di farsi, invece, una bella confessione generale e di stare in grazia di Dio perché sono pochi ancora i suoi giorni: ...muore, infatti, dopo un mese.

A Francesco Antonio Matera, erario del Conte, infermo, dice di aggiustare i conti per non lasciare nei guai i figli perché sta per essere chiamato in paradiso ...come in effetti avviene.

A Maria de Capua, duchessa delle Noci, che le ubbidisce in tutti i consigli temporali e spirituali, alla richiesta di guarigione del figlio Tommaso Acquaviva, dice: ...accontentati di quanto piace al Signore, ma spostalo di letto. Subito dopo un fulmine brucia il letto dove era prima. Alla morte del marito Cosmo ucciso in duello dal duca di Martina le fa sapere: è niente rispetto ai futuri travagli. Il suocero Giangirolamo II (il noto Guercio di Puglia), liberato dal carcere in Spagna, muore durante il viaggio di ritorno a Conversano.

A un uomo di casa Rossi di Bari che raccomanda la figlia ossessa da molto tempo, gli risponde: se vuoi tua figlia libera dall’ossessione, scaccia da casa sua madre ...che non è tua moglie e con la quale vivi in peccato. Consiglio accolto, figlia liberata dal demonio.

Ad Antonia Gentile da Bitonto che chiede aiuto per monacare, contro la loro volontà, due figlie per arricchire i figli maschi, consiglia: è volere di Dio che si accasino...quindi non monacarle... perseverando nell’ostinazione corri pericolo di vita. La donna si ostina ancor di più: repentinamente, passa a miglior vita.

Suor Agata accetta, per conforto spirituale, le sue sofferenze non volendo altro se non quello che vuole Dio: ...L’impazienza delle nostre avversità nasce dalla mancanza di rassegnazione al divino volere... Credere che tutto quanto succede o a nostro genio, o contrario, esser tutto volere di Dio. Togliendola un giorno dal letto, per metterla sulla sedia, le monache avvertono d’averle fatto del male, ma lei: ...ho sentito dolore, non posso negarlo, sia fatta sempre la volontà di Dio.

L’amore verso Dio e il prossimo ritiene che sia il grande rimedio al suo male e all’altrui sofferenza: ...l’amore addolcisce i dolori e quanto più s’avanzano tanto più l’amore cresce. Si spiega, così, il suo miracoloso aiuto agli ammalati. Immobile a letto e completamente cieca, favella con tanto spirito, discorre con tanta energia, sermoneggia alle suore togliendo il vanto ad ogni famoso oratore, spiega la sacra scrittura tenendo a mente quasi tutta la bibbia. Alla sua scuola il più semplice e senza lettere è il più profondo teologo.

L’umiltà è la prima virtù che insegna alle monache. Lei più si sente onorata da Dio per i doni ricevuti, più si stima indegna, cerca di occultarli, ma non può non manifestarli avendo Dio così disposto per la salute delle anime. Discorrendo con le monache, una le chiede: Madre Badessa, quando alcune persone si raccomandano alle vostre orazioni, sentite mai alcuna compiacenza? L’interno vostro resta quieto? Quietissimo – risponde – benché io conosca che Dio per sua mera elezione e per sua infinita bontà si vuol servire della mia vile persona per aiutare qualche Anima e soddisfare alle brame dei devoti... non cade però nel mio interno compiacenza veruna, né presunzione di spirito: anzi provo nel cuore un dolore molto acerbo, pensando che Dio forse mi vorrà castigare nell’altra vita e che voglia in questo mondo rimunerar con tali apparenze, né voi potreste mai credere la violenza che ho in dire quello che Iddio mi rivela per sua grande bontà.

Memorabile è l’osservanza dei voti della regola. La sua convinzione: chi veramente osserva la regola non ha bisogno di altre virtù, può essere canonizzato vivo.

Zelante della più rigida povertà, nella cella ha soltanto il crocifisso, le più vecchie ed usate coperte del letto e un tavolino col breviario. Rifiuta i cibi delicati e la carne: ai cavalieri e ai gentil’uomini amici non chiede mai cosa alcuna. In bisogno estremo chiede aiuto a Dio il quale, con grande stupore delle monache, provvede subito il monastero di olio, di grano e di pietanze.

Con spirito di povertà, non autorizza l’acquisto di un giardino ritenendolo soverchio: si custodiscano - dice - con diligenza le poche robe del convento. Per lei, quindi, è povertà quando non basta, è ricchezza quando è soverchia. Per lei, la castità del corpo è soprattutto castità dell’anima, mai imbrattata da leggerissima macchia. La prova la si coglie nelle grandi visioni quando le appare il suo Sposo, or da bambino, or da giovinetto confortandola nei dolori chiamandola sua sposa, sua bella, cara, amata, soave... Ecco, quindi, la modestia del corpo, l’innocenza dell’anima, la purezza dello spirito. Sempre prontissima ad osservare quanto disposto dal vescovo nelle visite, a sottoscrivere, benché badessa, quanto deciso dalle suore nelle riunioni capitolari.

Tra i tanti vaticini fatti agli altri, due sono per se stessa: predice, molti anni prima, la sua infermità in tutte le parti del corpo e il 7 agosto del 1679 rivela, dopo una visione, il suo prossimo felice passaggio. Per questo, nel novembre del 1679, rinuncia all’ufficio di badessa e l’11 luglio dell’anno dopo, cresciuti più del solito i dolori dell’infermità, a 63 anni di vita, 50 anni di vita monastica, 21 anni da badessa,14 anni sempre inferma, suor Agata vola in cielo.

Scrivono i primi biografi di suor Agata: …Tutto ciò che abbiamo riferito di questa Serva di Dio, è stato raccolto dalle relazioni autentiche, che si conservano nel Monistero di S. Chiara delle Noci Provincia di Bari, dove visse, e morì questa Sposa del Signore.

 

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