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03-19-carta-2sicilie-1842NOCI (Bari) - Con la nota che riportiamo qui di seguito il noto storico locale avv. Josè Mottola si è reso protagonista di una polemica svillupatasi sulle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno. La battaglia a suon di lettere, mail, ed interventi a mezzo stampa si è consumata tra gli "unitari" ed i difensori del meridonialismo più acceso. La polemica si è conclusa con un intervento del direttore Antonio Polito. Tutto il materiale relativo alla querelle storica è pubblicato di seguito. 

"Condivido in buona parte la replica di Paolo Macry ad un ritornello vittimistico (Corriere del Mezzogiorno, 11 marzo: P. Aprile “Narriamo i dolori da cui è nata l’Italia”). Tuttavia, Macry, nel rilevare i progressi del Sud dopo l’Unità e le responsabilità delle sue élites non innocenti per i ritardi, ha anche detto che il movimento di unificazione nazionale agì in maniera socialmente iniqua e politicamente  violenta, con mezzi illegittimi di repressione militare delle  rivolte meridionali, come nel caso della strage di Casalduni e Pontelandolfo (stigmatizzata dal suo contraddittore).

Ebbene, in primo luogo, non si può concentrare tutta l’attenzione sull’eccidio per mano militare di Pontelandolfo e Casalduni: è vero che i reparti inviati da Cialdini sul posto nell’agosto del 1861 fecero una strage di civili orrenda e ingiustificabile, ma è pur vero che essa era stata preceduta dall’orrendo sterminio per mano degli insorti di un reparto di fanteria, al cui comandante Cesare Bracci era stata fracassata a colpi di pietra la testa, poi infilzata su una croce (rapporto in Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito: AUSSME). Comunque, gli eccessi repressivi militari furono frequenti, tanto che il generale La Marmora il 18 maggio del 1862  diramò una circolare per evitare gli abusi  (in AUSSME).  Tuttavia parecchie rappresaglie militari erano risposte ad azioni brigantesche di rara ferocia. Molto praticato dai briganti era il taglio alle vittime del mento barbuto, essiccato e messo sotto sale: per Crocco ed altri briganti il “pizzetto all’italiana” degli ufficiali della Guardia Nazionale  era anche un trofeo ornamentale. (B. Del Zio, Il brigante Crocco e la sua autobiografia, in Io, brigante. Con la controbiografia di Basilide Del Zio, Lecce, 2005). In occasione della “fine di due disgraziati militi che caduti prigionieri dei briganti furono nel modo più barbaro abbruciati vivi”, il generale Regis, Comandante la Divisione Territoriale di Bari a proposito delle lamentele per l’abuso repressivo delle truppe, osservò che “un mezzo simile sebbene non ammesso in diritto è richiesto e scusato in fatto qual giusta e indispensabile rappresaglia alla esorbitante crudeltà ed efferatezza con cui quelli infieriscono contro gl’infelici nostri soldati che lor cadono nelle mani” (dal suo rapporto del 19.06.1862 in AUSSME). 

In secondo luogo, va detto che enormi furono le sofferenze inflitte ai civili dai briganti con torture, estorsioni, stupri, rapimenti, furti, rapine, omicidi, ferimenti, ma spesso sono state ignorate;  gli eccessi repressivi dei militari, invece, sono stati enfatizzati anche in narrazioni romantiche, come ha rilevato lo storico Salvatore Lupo in L’Unificazione italiana, Roma, 2011.

Ecco alcuni episodi di ferocia brigantesca. Nell’Avellinese, teatro del cannibalismo dei fratelli La Gala, la banda Gravina nel  marzo del 1864 sequestrò  17 contrabbandieri: “a tal Servillo Stefano gli levarono gli occhi, gli tagliarono le orecchie e il naso e dopo tanti strazi lo uccisero. Mutilarono nello stesso modo anche li nominati Coliento Donato e Massa Pasquale…” (dal rapporto del Generale Ispettore dei Carabinieri Reali di Napoli, marzo 1864: AUSSME);  nella stessa provincia avvennero l’assassinio di  “Michele Salvagno di Monteleone, preso dai briganti, trascinato a coda di cavallo per circa tre miglia e quindi fucilato e squartato”, e di  “una donzella di Frigento sequestrata e quindi sepolta viva con un brigante ucciso nell’atto che la mal capitata procurava sottrarsi colla fuga all’infame consorzio degli scellerati” (lettera del prefetto del Prinicpato Ulteriore del 2.2.1863 AUSSME). Non mancavano gli stupri, anche di gruppo, specie da parte di bande lucane: tra Montescaglioso nel Materano e Ginosa nel Tarantino, trenta briganti al comando di Coppolone ed Egidione il 14 ottobre 1863  derubarono e stuprarono quindici braccianti agricole al lavoro (rapporto del 22.10.1863 del Generale Ispettore dei Carabinieri Reali di Napoli: AUSSME). A Ginosa  il 20 giugno 1863 una banda locale spaccò il cranio e cavò gli occhi  ad un civile ritenuto delatore (M. Guagnano, Epilogo del grande brigantaggio nella terra delle gravine, in “UdP-Riflessioni”, 1998); a Gioia nel Barese i banditi del gioiese sergente  Romano assassinarono Federico Stasi di nove anni durante l’occupazione del paese del 28 luglio 1861 (V. Grimaldi, Una pagina di storia del brigantaggio. La reazione di Gioia del Colle nel 1861 ed il Sergente Romano, 1901, Bari). Tra Alberobello e Monopoli in Terra di Bari il macellaio brigante Palmisani gettò  un ostaggio in una voragine, spezzandogli le ossa delle dita per impedirgli di risalire (V. Agrusti, Schizzo generale del brigantaggio nella Murgia dei trulli, Fasano, 1991). Nei pressi di San Vito nel Brindisino la banda Romano tagliò le orecchie a otto guardie nazionali, assassinandone a freddo tre (A. Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno, Milano, 1982); nei pressi di Manduria, il 23 novembre 1862 il sergente Romano torturò e finì a colpi d’arma da fuoco il massaro liberale Biasi (V. Carella, Il  brigantaggio politico nel brindisino dopo l’Unità, Fasano, 1974) e nei pressi di San Vito un bandito ai suoi ordini segò  la gola di una Guardia Nazionale catturata (A. Lucarelli, cit.);  a S. Basilio sulle Murge, Romano mise a morte tre suoi gregari indisciplinati (A. Lucarelli, cit.). A Castelnuovo in Capitanata, il 17 ottobre 1863  la banda di Michele Caruso ammazzò 13 contadini a rasoiate (nota del 21.10. 863 del Comandante la Legione  Carabinieri di Bari: in Archivio di Stato di Torino): in tutto la banda Caruso assassinò 75 contadini, a riprova che il brigantaggio in molti casi non era ribellione contadina. Eccetera eccetera. Dunque,  si narrino i dolori da cui è nata l’Italia, ma tutti: altrimenti si offende la verità, come fa la narrazione sudista esaltando i feroci capibanda che insanguinarono il Mezzogiorno dopo l’Unità.  Ciò conferma che il sudismo, degenerazione del meridionalismo, è parte del problema e non della soluzione".

 

                                                                                      José Mottola

Sin qui l'intervento di Josè Mottola pubblicato sulle pagine del Corriere che ha scatenato una valanga di interventi di protesta (foto in basso).

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Infine riportaimo l'intervento del direttore Antonio Polito sulla vicenda:

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

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