Etica ed olistica, considerazioni su storia e cultura

08-28vittoriotinelliRiceviamo e pubblichiamo - La manifestazione pubblica per la consegna del “Premio Noci per la Storia locale” del 26 agosto a Noci ha visto due significativi interventi a commento di quanto la Storia sia ancora in grado di fornire una giustificazione alle cose fatte, ovvero in quale modo la fonte in qualsiasi modalità evidenziata, sia la sua scaturigine permanente.

Intanto va riconosciuto che di una manifestazione ad alto contenuto culturale si è trattato, dato che allontanate le compromissioni facili del consenso spettacolarizzato e attivata una linea di rappresentazione astratta, logica e di pensiero della nostra realtà si è costituito un piano di ricerca e di confronto con quanto costituisce la ragione operativa del lavoro dell’intelletto e quello, ancora più compromissivo, della mente nella reciprocità delle sensibilità umane.

Ed è a partire da queste reciprocità e dalle permanenti ragioni del domandarsi e del chiedere che si intende approfondire quel rapporto tra etica ed olistica, tra cultura e storia che ci sembra essere il tratto decisivo intorno al quale il sapere, la stessa intima appartenenza dell’uomo al mondo, assume la caratterizzazione stabile di cultura.

L’intervento del Presidente della Commissione giudicatrice del premio, dottor Piero Liuzzi, Sindaco del Comune di Noci, ha messo in evidenza la necessità di un ripensamento delle ragioni del premio a partire dalla coerenza che gli viene ascritta; quella di aver sempre messo in discussione la stesso assioma sul quale il premio poggiava e ancora poggia: la cosiddetta storia locale nella accezione della letterarietà del racconto storico locale. Racconto storico che se pure pieno di fatti e di rilievi coerentizzati poco si avvale e fa leva su quella dimensione universale, o almeno fin dove lo sguardo giunga a comprendere; termine di riferimento che consente di uscire dal cosiddetto provincialismo, che solo in virtù del rifiuto del farne parte, consente che si addivenga alla salute storica, a quella dimensione che spesso affermata astrattamente nei manuali di scuola, impegna ad una coerentizzazione all’incontrario: fare degli assunti fattuali universali pratici, come pochissimo della storia del continente, e ancora meno della stessa storia universale, nella migliore delle ipotesi, qualcosa che deve trovare conferma concreta, obbligatoriamente, nella storia locale. In qualcosa che solo dalla storia fatta e interamente rappresentata potrà avere cittadinanza.

In queste ambascie si è trovato e si trova il “Premio di storia locale Noci” e il soccorso che il prof. Spedicato prodiga con l’autorevole richiamo della “local history” inglese, poco sembra rispettare che di una speciale forma storica, la storia locale del Mezzogiorno italiano, dove conviene inserire l’argomento, si tratta, mentre la “local history” ha come sfondo l’Impero britannico e le sue fortunate forme di dominio.

Il contributo del professore Spedicato, vale piuttosto a confermare come la storia si svolga sempre, ovvero ha modo di farsi tale in quanto costituzione della relazione tra soggettività presenti e agenti. Soggettività che godono, quando si ritrovano nella storicità rappresentata, del particolare privilegio di legare se stesse a quanto di largo e vasto il comprendere mentale e pratico comporta. Fino a poter considerare sul piano del metodo, come sul piano della stessa prassi storica, che storia sia in qualche modo lo stare a comprendere da soggettività stabilizzate quanto di dinamico la relazione con altra soggettività proponga, e che solo da questa ampiezza la scrittura storica valga a confermare il primato etico che il fare umano concretizza inevitabilmente sempre. In questo assolutamente olistico, ovvero modalità di riconduzione (del)la storia alle pratiche umane, a quanto di inevitabile costituisca la spontanea affermazione del fare per la salvezza dagli elementi, quale primo e decisivo carattere etico delle condotte umane.

Il carattere olistico della dimensione etica, quasi un chiasmo, se non un ossimoro, resta decisivo ancora oggi, mentre sembra il requisito di una filosofia cristiana delle origini, per evitare di intendere la storia, o meglio la relazione tra le soggettività che la determinano, come una affermazione della soggettività comunque. Al contrario sarà proprio il riconoscimento della ineluttabilità della materia etica inevitabilmente presente a consentire che finalmente la storia quale maturità della contraddizione tra soggettivo e oggettivo possa venire a confermare da un lato l’inevitabilità di questo contraddirsi umano, e al tempo stesso riconoscere come l’imperfezione e la perfettibilità conseguenti siano i dominatori del suo affermarsi.

Alla necessità del fare, in altri termini, si accompagna inevitabilmente il danno, la colpa, il conflitto, ma allo stesso tempo il carattere olistico, ovvero il preordinare ad ogni cognizione come non sarà possibile altro che combattere il danno, lenire la colpa, attenuare il conflitto, o comunque attivare prassi che dal danno, dalla colpa, dal conflitto prendano motivo, impone che solo riconoscendo questa materia umana comune, comunemente, seguendone la stessa linea di affermazione, aprendola a nuova cognizione, facendola diventare storia, autentica cronaca delle fattualità in opposizione, sarà possibile superarla. Dicendo finalmente tutto! Facendo finalmente tutto!

Qui il segreto di quanto può essere inteso come cultura. Che le soggettività abbiano dominato sarà difficile metterlo in discussione, ma che le soggettività che fanno in ordine alla salvezza siano manchevoli della propria impotenza non sarà mai possibile affermarlo con coerenza e senza contraddizione alcuna! E che questo paradigma sia il fondo di tutte le attività umane e che in questo niente sarà senza atto culturale, senza che la sapienza si sia in qualche modo stabilizzata a consentire il rapporto pieno e diretto con le cose, è impossibile negare!!! A maggior ragione se si convenga sul come la dimensione olistica, strappata all’obbligo della obbedienza, come coerentemente le religioni impongono, renda pienezza alla contraddizione del fare dove ancora più forte sarà la condizione che vedrà insieme la salvezza e il danno, la stabilità e il dinamismo, l’assenza e la presenza!!! Assicurando così che non di una morale ha bisogno l’uomo o di una storia banalmente revisionata o peggio giustificativa, ma della forza dell’adattamento, della forza della trasformazione che richiamando e per intero i nostri sensi al suo dominio, ci conforta nel considerare che ciò che non sappiamo del nostro futuro, sarà esattamente ciò che ancora il passato ci chiede di comprendere. Fatta così anche la storia il luogo dell’imperfezione, che deve da se stessa trovare il proprio equilibrio, ma solo se si accetta che la fonte è nelle prassi imperfette che all’uomo sono connaturate, ovvero che ogni fonte è tale, (ed è questo che paradossalmente si è indirettamente affermato il 26 agosto al Chiostro di San Domenico) se trattiene tutte le imperfezioni e le modificazioni che la rendono da se stessa storia e storia che così si impone alla stessa scrittura, fino ad ogni scrivere e ad ogni rappresentare!

La conferma la abbiamo dal contrario e dall’opposto.

Glottologia e fonetica non sarebbero se non fossero l’imperfezione, l’approssimazione, la relazione che solo i parlanti trattengono nel loro dire!!! Ma mentre glottologia e fonetica regolarizzano la loro relazione e la stabilizzano, i parlanti non cedono in niente verso la coerenza contraddittoria del dire e del comunicare, fino alla morte e alla rinascita di una lingua!!!!! Fino a far coincidere la fonte, alla storia e al metodo!!!! Fino a non poter intendere niente come separato se non secondo la contraddittorietà della separazione che… unisce sempre!!! Dove non restano cose che si sviluppano senza contare sulle infinite mancanze che sopravanzano!!!

Se, allora la fonte e il metodo sono la storia senza che nulla abbia già avuto un compimento che non sia l’inizio, allora cultura ha di nuovo senso, non mancando di essere sempre presente come la stessa caratterizzazione olistica della storia quale unitarietà della fonte, del metodo e della stessa cultura. Cultura che, oggi, sottoposta al presunto primato della politica ha smarrito la sua unitarietà e si ritrova senza unitarietà di luogo! Condizione decisiva del suo affermarsi. Divenendo evidente come sia nel fare e nel vedere la modificazione, che la cultura si afferma, che la scienza si esercita. Nessuna conoscenza diversamente!!!

Paradossalmente allora il luogo non solo è storia, ma anche conoscenza. E il lontano che sempre lo innerva è quella brezza leggera che ancora di più suggerisce la necessità del fare. L’etica… per l’appunto! O qualche tratto dell’olistica!

Ma che ostinarsi a chiamarla storia locale forse non vale a giustificarla! A meno che il premio attribuito a “Il libro dei mestieri” di Vittorio Tinelli non sia un nuovo modo di intendere la storia dei luoghi!!!

Ad ogni buon conto si può dire adesso che il chiasmo si sia sciolto, che l’anacoluto ha trovato il padre naturale, ove si intendesse che l’origine che l’olismo vuole insieme e suprematicamente per la materia animata anch’essa piuttosto che le volontà umane primigenie, per via del divenire che ogni cosa ha costituito e ogni cosa continuerà a costituire, non potrà essere una parzialità divenuta. Ovvero, se la materia e le cose fisiche non possono non essere partecipi dei processi di costituzione creazionistica del mondo insieme alla materia umana vivente parimenti, o bisogna convenire che il mondo una volta creato si è chiuso in se stesso, o che la parzialità delle cose fisiche, messe pure assieme, per disinvolta affiliazione, alla umana vitalità vivente, non saranno altro che una parzialità divenuta senza l’altro! Il mondo fisico divenuto senza il mondo umano vivente mai nato. Tanto per affermare che se l’idem est, l’equilibrio, la corrispondenza non sono sempre, non potrà esserci qualcosa di altro che possa affermarsi ed emergere. E qui la questione si risolve da sola. L’olismo non sarà, allora un divenuto insieme al diveniente che ancora non appare, ma esattamente il contrario contradditoriamente inteso. Qualcosa che impedisce che ciò che deve divenire resti addiveniente a confermare lo sviluppo e la storia parziale esclusivamente delle cose che sono già apparse.

Che, dunque, la dimensione olistica favorisca l’avevamo già detto, l’avevamo già fatto, pure rappresentando la nobile intenzione del chiedersi quale sia il luogo dove le cose inanimate muoiono e da dove possano mai sortire, non potrà che chiudersi in una ideologia ricorsiva del già… non ancora completamente detto o del già fatto, ancora da finire, che nulla sa, comunque, che cosa sia stato quell’inizio. La prova è in che cosa si dice adesso della storia locale… l’avevamo già detta e concepita per come oggi è… altro che non si sa!!!???

Ma Vittorio Tinelli ha salvato capre e cavoli. E aspetta, mentre, non smette di fare, con lo sguardo tra il curioso, l’interessato e il soddisfatto, che i cavoli mangino definitivamente le capre!!! Giammai senza cultura!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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