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Domenica, 7 Giugno 2020 - 07:35

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plantoneMESSAGGIO REFERENDARIO GRATUITO  - Quello a cui abbiamo assistito in questi mesi di dibattito sulla Riforma della nostra Costituzione, sembra la solita confusionaria discussione che ormai su tutto invade il dibattito politico. Quasi fosse fatta apposta per disorientare i cittadini e impedirci un chiaro approfondimento nel merito. Va detto che a tale confusione hanno contribuito anche il Governo ed il Presidente del Consiglio, il quale avrebbe dovuto, lui per primo, evitare di trasformare il referendum costituzionale in un referendum sulla durata di questo governo e del suo leader. Le opposizioni poi hanno fatto il resto, tutte ovviamente assieme (in molti casi) non per cogliere i difetti della Riforma, ma unicamente per sfruttare l’occasione.

Leggendo infatti le obiezioni mosse alla Riforma, in molti casi si pone l’accento sulla legittimità del Parlamento che l’ha approvata, altre volte sulla legge elettorale, altre volte ancora si dipingono scenari apocalittici che francamente non credo possano realmente essere tali. Ecco, una prima cosa da fare sarebbe, a mio parere, sgombrare il campo da queste cose, per consentire a tutti noi elettori di valutare nel merito la Riforma e non schierarci solo e soltanto per disciplina di Partito o per antagonismo politico, senza raccontare di possibili sfaceli all’alba del giorno dopo. Vorrei, infatti, anche io, pur essendo il Segretario locale del PD, poter affrontare questa vicenda referendaria con la serenità di poter scegliere nel merito e nel merito esprimere il mio voto. Questa potrebbe essere una prova di maturità per la nostra democrazia e sono convinto anche che questo rafforzerebbe senz’altro le ragioni del Sì. Il mio Sì alla riforma nasce, infatti, da alcune considerazioni sul senso della stessa.

Il nodo certamente più rilevante di questa modifica costituzionale sta nell’abolizione del doppio passaggio legislativo tra Camera e Senato per l’approvazione delle leggi. L’attuale sistema infatti prevede il bicameralismo perfetto, ossia tutte le nostre leggi vengono approvate nel medesimo testo sia dalla Camera che dal Senato; il che significa che laddove il Senato apporti una anche minima modifica al testo approvato dalla Camera, il testo così modificato ritorna all’approvazione della Camera e così via fino a quando il testo non viene integralmente approvato nella medesima forma da entrambe. Appare del tutto evidente come questo doppio passaggio rallenti il nostro processo legislativo e nel tempo ha indotto i Governi (a mio avviso erroneamente) a “scavalcare” il nostro Parlamento con la decretazione d’urgenza, ovvero con decreti legge emessi direttamente dal Governo. La modifica introdotta prevede che la Camera dei Deputati diventi l’unico centro di discussione legislativa ed approvazione delle leggi, abolendo il doppio passaggio, riservandolo solo ad alcune materie (il nuovo Senato manterrebbe, per esempio, la funzione legislativa solo sui rapporti tra Stato, Unione Europea e enti territoriali, per le leggi costituzionali, per la tutela delle minoranze linguistiche, per quelle sui referendum popolari e, infine, per l’ordinamento dei Comuni e delle Città metropolitane).

Il nuovo Senato sarebbe poi composto solo da 100 Senatori (rispetto agli attuali 320), di cui 95 membri scelti dalle Regioni, fra cui 21 Sindaci, e 5 membri nominati dal Presidente della Repubblica. Il nuovo Senato, oltre a mantenere le competenze precedentemente indicate, potrà proporre modifiche ai testi legislativi approvati dalla Camera dei Deputati e questa potrà scegliere se accoglierli o meno. Nella nuova formulazione della II parte della nostra Costituzione, la Camera dei Deputati sarebbe poi l’unico organo parlamentare a conferire o revocare la fiducia al Governo.  Va peraltro detto, che molti costituzionalisti hanno da sempre sostenuto che il nostro Senato non doveva, nello spirito dei Costituenti, divenire un doppione della Camera dei Deputati, ma che avrebbe dovuto invece dar voce alle autonomie locali, cosa che questa riforma cerca appunto di fare. Questa considerazione è tanto vera che da sempre i nostri sistemi elettorali, in ossequio a questo principio costituzionale, hanno distinto il criterio di elezione dei Senatori da quello dei Deputati, cercando di dare nel primo caso rappresentanza alle istanze regionali. Ne sono venute fuori molto spesso leggi elettorali che hanno determinato proprio nel Senato situazioni di fragilità di governo (Berlusconi fece fatica al Senato nel 1994, Prodi al Senato nel 2006, Bersani al Senato nel 2013).   

Nello spirito della Riforma il nuovo Senato dovrebbe divenire anche luogo di confronto tra le autonomie locali (Regioni e Comuni) ed il Parlamento. Su questo punto i detrattori della Riforma dicono che si potrebbe creare confusione e ingenerare conflitti istituzionali. Va però detto, invece, che oggi il conflitto tra Regioni, Comuni e Stato centrale si consuma molto spesso con il ricorso alla Corte Costituzionale o con strumenti di confronto diretto (ad esempio la Conferenza permanente Stato-Regioni) tra Governo ed autonomie locali, che in molti casi esautora il ruolo del nostro Parlamento. Il nuovo Senato, invece, potrebbe rappresentare un luogo di confronto e consultazione precedente alla formulazione delle leggi e potrebbe, quindi, semplificare piuttosto che ingarbugliare i rapporti tra Stato ed autonomie locali.

Non mi interessa evidenziare come risultato della Riforma la riduzione dagli attuali 320 a 100 dei Senatori (che non percepiranno alcuna indennità aggiuntiva rispetto alla loro indennità da Consiglieri Regionali o Sindaci) con i relativi risparmi di spesa, perché la riduzione della spesa per l’esercizio della democrazia non è mai stato un tema che mi ha appassionato. Per gli appassionati del genere, però, anche questo è un risultato che la Riforma inevitabilmente determina. Tuttavia, credo, che la Riforma abbia altri meriti che andrebbero piuttosto sottolineati. Un altro intervento interessante è rappresentato, ad esempio, dall’istituto del “voto a data certa”. Il Governo, per assicurare una corsia preferenziale ad alcuni disegni di legge, può chiedere al Parlamento di esprimersi entro un massimo di 70 giorni. Questo dai promotori del No è visto come una ingerenza nei lavori parlamentari da parte del Governo. Ritengo, piuttosto, che possa evitare il perpetrarsi di quello che oggi accade con l’eccessivo utilizzo dei decreti legge che mortificano invece il ruolo del Parlamento. Il nuovo istituto potrebbe, invece, far coincidere l’esigenza del Governo di agire con rapidità su alcuni argomenti, con l’altrettanto importante esigenza di un passaggio parlamentare.

Ci sarebbero moltissimi altri aspetti che andrebbero sottolineati, come la ridistribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, le modifiche al quorum per la validità del referendum abrogativo, l’abolizione del CNEL e via dicendo, ma sarebbe impossibile trattare tutto in un unico intervento. L’obiezione più consistente che viene mossa dai promotori del No mi sembra sia piuttosto relativa non al testo della riforma costituzionale quanto alla nuova legge elettorale (il cosiddetto “Italicum”), già approvato dal nostro Parlamento. L’obiezione, a mio avviso fondata, è che in base al nuovo meccanismo elettorale con il 25% dei voti un partito o movimento potrebbe conquistare il premio di maggioranza e, quindi, 340 deputati nell’unica camera legislativa. L’apertura del Governo in questi giorni, tesa a riaprire il dibattito sulla legge elettorale, mi sembra un gesto di buon senso ed un tentativo di risoluzione della questione.

È vero anche, però, che negli ultimi decenni il nostro Paese, a quasi ogni elezione democratica, ha votato con sistemi elettorali differenti e che questo non sia mai stato vissuto come un “attentato alla nostra Carta Costituzionale”. Non credo quindi che sia corretto oggi disorientare il dibattito sulla Riforma costituzionale con una discussione sulla legge elettorale e sul relativo equilibrio politico tra le varie forze in campo. Alcune delle cose che ho provato sinteticamente a descrivere in precedenza, sono riforme che il nostro Paese attende da anni e che più e più volte si è provato a portare a compimento. Nascono evidentemente dalla necessità di maggiore velocità nel nostro processo legislativo in un contesto che non è più quello del ’47 e che vive con maggiore rapidità tutto, dalla comunicazione al trasporto di uomini e beni. Continuare ad immaginare che tutto cambi e che (forse per timore di sbagliare) non si debba metter mano radicalmente al nostro modello di democrazia, beh credo sia uno dei problemi più importanti che abbiamo. L’antipolitica imperante di questi anni, forse, nasce anche dalla incapacità del nostro modello di democrazia di esser al passo coi tempi. Certo, poi, ci vogliono anche gli uomini.

Ora, come detto, io voterò Sì alla Riforma, non perché lo chiedono Renzi, il Governo, l’Europa o l’ambasciatore americano, ma perché vorrei che cambiasse un po’ questo nostro Paese e si adeguasse al contesto che viviamo. Non c’è nessun attacco alla democrazia, non c’è nessun autoritarismo in atto, non c’è nessun rovesciamento dell’ordine democratico, ci sono solo riforme che attendiamo da anni e che dobbiamo saper giudicare nel merito e non per partito preso. 

Non mi resta quindi che augurare a tutti buon voto e maggiore serenità di giudizio.

Vito Plantone

Segretario del PD Circolo di Noci     

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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