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NOCI (Bari) - Riceviamo e pubblichiamo i commenti del Segretario Metropolitano dei Giovani Democratici Davide Montanaro in merito al risultato del referendum costituzionale.

Commento a caldo, direi bollente. Scrivo questo post alle 4.04 di questa notte, guardando oltre lo schermo del mio computer, immaginando cosa sarà e ricordando cosa è stato.

Sono stati mesi di campagna elettorale difficilissima, una situazione difficile che ha portato il Partito Democratico ad incatenarsi su posizioni che non erano nella natura stessa del partito. Pancia, populismo e arroganza hanno affossato la proposta politica che il Governo ha presentato agli italiani.

“Cara Italia, vuoi ridurre il numero dei politici?” a leggerla così, sembra uno slogan del Movimento 5 Stelle, in realtà è una delle diverse domande che il Partito Democratico ha posto agli elettori, attraverso manifesti sparsi per tutto il territorio nazionale.

La prima volta che mi ritrovai a leggerne una, balzò alla mia mente un classico della letteratura, uno di quelli che chiunque voglia far politica deve aver letto almeno una volta nella vita: L’Arte della Guerra di Sun Tzu, il quale parlando dei terreni di battaglia, ad un certo punto dice: “Un esercito penetrato a fondo su suolo nemico, lasciandosi alle spalle città e villaggi, si trova su territorio grave”.

L’esercito è il PD e il suolo nemico è il populismo – terreno insidioso sul quale il mio partito aveva ben pensato di non affossarci mai gli scarponi, sino a qualche mese fa.

Le città e i villaggi sono i principi della Politica, la bussola della giusta misura e della ragione.

Traducendo questo accostamento, il messaggio pare chiaro (e doveva esserlo da tempo a chi ha consentito quella campagna): se il PD decide di buttarsi a capofitto nella palude del populismo, dimenticando la sua provenienza e i valori che distinguevano il partito dal 90% delle altre forze politiche in campo, allora questo si trova in un terreno grave. Aggiungerei gravissimo.

Un altro concetto molto importante tratto da L’arte della guerra di Sun Tzu è, pressappoco, quello della conoscenza del terreno stesso.
Non lo ricordo a memoria, ma su per giù diceva: attento a quando decidi di combattere sul terreno che è del tuo nemico, lui lo conoscerà sempre meglio di te e non potrai far altro che soccombere.

Bene, non credo serva altro d’aggiungere all’idea che il fronte del sì – quello che avrebbe dovuto spiegare le proprie ragioni con una netta linea di demarcazione tra il suo fronte e quello, variegato, del no – ha deciso di amalgamarsi a quella massa informe che oggi rappresenta il fronte populista del nostro Paese, così da soccombere davanti ai portatori del marchio DOC del populismo, cioè coloro che di questo ne fanno una ragione di esistenza (e sopravvivenza).

Ovviamente, tengo a precisare, che non tutti i sostenitori del Sì e del No avevano argomenti di scarsa portata. Riconosco in diverse personalità la capacità di leggere le riforma su piani differenti, portando con sé motivazioni più che accettabili per un confronto sano e costruttivo.

Ma cosa è andato storto? O meglio, cosa è successo, ad urne chiuse?

Il Popolo ha bocciato la riforma, ritenendola sbagliata, poco incline ad un cambiamento in linea con il sentimento del Paese reale? Sì, forse. Ma aggiungerei che l’errore più grande (ma inevitabile, sotto capirete perché) è stato personalizzare una consultazione che non andava personalizzata. È come se dall’Assemblea costituente fosse venuta fuori una rivendicazione di qualche partito circa alcuni principi inseriti nella Carta fondamentale. Nulla di più assurdo.

Ma tralasciando la lettura più incline a ciò che sentiremo nelle prossime ore, il punto vero è che ci siamo ritrovati a votare un referendum trasformato in una midterm election, dove il Governo, per responsabilità politica del suo Presidente e di un partito incapace di contrapporsi, ha giocato l’all in. Una consultazione dove la disinformazione ha fatto da padrona, dove il vento seminato si è trasformato in tempesta e ha spazzato via tutto.

Quali sono le responsabilità di Renzi e di “chi” ha guidato il partito fino ad ora?

La lettura migliore l’ha data Marco Damilano, durante la Maratona di Mentana, ieri sera.

Renzi è stato incapace di creare una classe dirigente che si spendesse sul territorio ed è stato costretto a personalizzare la battaglia ponendosi da solo contro tutti. Questa cosa l’ha pagata e adesso le uniche ed inevitabili conseguenze sono quelle che stiamo vedendo in queste ore.
Anche se non avesse voluto, è stato costretto a metterci se stesso in prima persona, perché non ha una classe dirigente di riferimento, sparsa sul territorio nazionale, capace di spendersi a 360º sulle battaglie fondamentali come queste. Tutto si gioca sulla sua capacità di convincere.

A memoria e sintetizzando, questo è il concetto ed io mi ci ritrovo a pieno.

Lo dico da tempo ormai (sono passati più di due anni dall’ascesa di Renzi alla guida del PD e del Governo): una classe dirigente solida e che porta a casa risultati importanti non può essere strutturata solo e soltanto sul nome del proprio leader. Il PD paga gli effetti di una mancanza di spina dorsale di una fetta consistente di sua classe dirigente che ha peccato di personalità, di forza e, soprattutto, di autonomia.

Una rottamazione fasulla, messa in pratica a livello nazionale (nel Governo, aggiungerei) che non ha per niente sfiorato la classe dirigente locale, credendo bastasse qualche giovane amministratore come foglia di fico per far credere che il PD avesse rinnovato il suo volto in ogni parte del Paese e che era pronto a raccogliere la sfida generazionale di cui si faceva portatore Matteo Renzi.

Sbagliato. E, guardate, può sembrare un discorso di convenienza, ma su questo blog di ciò se ne parla da anni ormai. La classe dirigente la si costruisce dalla base, partendo dalle risorse che il territorio offre. Sbagliato credere che si possa porre alla guida di una comunità qualcuno perché simpatico al leader nazionale di turno.

La logica dei luogotenenti funziona nei partiti-azienda, come Forza Italia, ma una comunità eterogenea come il PD non può permettersi tutto ciò, anche per un’incapacità degli stessi a guidare il partito nei vari territori, nell’essere volto credibile di un partito rinnovato, ed infatti si è visto. Perdiamo voti, perdiamo il nostro Popolo. E se il PD non è più in grado di parlare alla sua gente, il PD non esiste. E se il PD non esiste, questo non è in grado di dare le risposte giuste ai cittadini in difficoltà. Dal lavoro all’ambiente, passando per la scuola e l’università.

Ora bisogna ricostruire. Bisogna ritrovare lo slancio genuino di una politica diversa da quella vista fino ad ora. Bisogna trarre tutti gli insegnamenti possibili da questa consultazione. Chi lo farà? Soltanto coloro che riconosceranno la caduta di uno schema, coloro che sanno cosa significhi fare politica. Io un paio di incapaci nel fare ciò già li intravedo, ma il partito deve avere la capacità di mettere da parte chi potrebbe essere nocivo per la sua stessa sopravvivenza e salute. Serve coraggio e polso fermo.

Però basta con i governi tecnici che allontanano i cittadini dalla politica e che sono slegati dalle dinamiche del Paese. Nuova legge elettorale per il Senato e si torni a votare.

Nel PD, invece, serve qualcosa di ben più pesante di una nuova legge elettorale. Serve una coscienza e un doversi fare da parte. Generali e luogotenenti. Soprattutto i luogotenenti, così da ridare ossigeno ad un partito ostaggio di una classe dirigente esclusiva, escludente e solitaria. Serve maggiore chiarezza? Allora dico che alle singole persone preferisco il senso di comunità e per salvare ciò serve che gli escluvi, gli escludenti e i solitari lascino il volante e si mettano in fondo al pullman.

Per dirla con enfasi: la formula dell’io sono io e voi non siete un cazzo, ad ogni livello, non ha funzionato (e ha definitivamente rotto il cazzo).
L’arroganza non paga mai, soprattutto se la si usa all’interno del proprio partito più di quanto la si sfoderi contro gli avversari politici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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