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temTEMPERAMENTE - Quanto più il successo di un’opera d’arte è grande, tanto più nascono intorno ad essa aspettative incredibilmente alte. Certo, questa verità si ridimensiona quando la si associa a libri, film e musica commerciali, ma basta avere un po’ di fiuto per la bellezza, quella vera, per scansare determinati “capolavori” osannati a sproposito. È proprio fidandomi del mio fiuto che ho deciso di intraprendere la lettura de "L’amica geniale" di Elena Ferrante.

A spingermi verso il primo libro della quadrilogia è stata la scoperta de "I giorni dell’abbandono", un romanzo che ho divorato come non facevo da tempo e che mi ha stregata per lo stile incisivo, tagliente: la penna della Ferrante scava con perizia chirurgica nei meandri più intimi e inesplorati della personalità femminile e racconta tutti i risvolti, banali e drammatici, dell’addio improvviso.

Mi sono immersa nella storia di Lenù e Lila con uno slancio che normalmente non mi appartiene: a incoraggiarmi sono stati quel primo romanzo della Ferrante letto tutto d’un fiato e le recensioni positive di amici, critica e lettori. Ma, pur rischiando di scatenare l’ira degli amanti della saga, non posso esimermi dal tener fede alla mia integrità di lettrice. Devo dirlo: "L’amica geniale" non mi ha convinta. Per carità, non è un libro brutto; ma nemmeno una lettura memorabile.

La scrittura puntigliosa, penetrante, che mi aveva tanto affascinata ne "I giorni dell’abbandono" ha perso ragion d’essere nella storia di Elena e Lila: certi passaggi, raccontati con cura maniacale, mi sono parsi superflui, eccessivi. Ogni dettaglio, anche il più insignificante, non sfugge alla penna della Ferrante, che sembra avvertire il bisogno urgente di comunicare tutto, ma proprio tutto (leggi “troppo”), al lettore. L’amica geniale è un capolavoro di narrativa in cui non v’è traccia di qualcosa di più profondo – la ricerca del «punto morto del mondo, [del]l’anello che non tiene, [del] filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità». Vera protagonista del romanzo è la storia di due bambine, poi adolescenti dalle menti geniali, soffocate dalla gretta ottusità dei rioni napoletani. Non è affatto un male che un libro punti tutto sulla trama (e su uno stile che resta, in ogni caso, nitido e conscio del suo stesso valore); tutt’altro: L’amica geniale è un romanzo ben scritto, ben strutturato, ben presentato al lettore. Ma a me ha comunicato poco.

Eppure, Elena Ferrante ha trovato la formula magica per non perdere i lettori capricciosi e fastidiosi come la sottoscritta. Come? Costruendo un finale che riscatta il libro intero e riaccende la curiosità. Il primo volume della saga si chiude con un evento che scombina la situazione, rimescola le carte e suscita il desiderio di scoprire come si evolverà il rapporto fra le protagoniste. Così, proprio quando stavo per chiudere il romanzo con una punta d’insoddisfazione e tanta delusione per una storia che avrebbe potuto sorprendermi, ma non l’ha fatto, ecco che scopro di essermi affezionata almeno un po’ a Lenù e Lila. E che in fondo in fondo, forse non troppo in fondo, vorrei sapere cosa accadrà nelle loro vite e che fine farà la loro amicizia geniale. Insomma, sì, leggerò il secondo volume.

Elena Ferrante, L’amica geniale (volume primo), e/o, 327 pp, 18 euro

Altre recensioni su www.temperamente.it

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