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MartedÌ, 4 Agosto 2020 - 19:22

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05 31 MatitesbriciolateTestimonianzaGiacovelli 5NOCI (Bari) - Lo scorso 30 maggio il Chiostro di San Domenico è stato teatro di un’istruttiva serata incentrata su un tema storico importante: gli internati militari italiani. Storie che l’istituzione della Giornata della Memoria ha fatto fortunatamente emergere, ma di cui si parla ancora troppo poco. Alla presentazione del libro “Matite sbriciolate” scritto dalla professoressa Antonella Bartolo, è seguita la toccante testimonianza del nocese Nicola Giacovelli. La dolorosa esperienza da lui vissuta è in un certo senso analoga a quella del suocero della Bartolo di cui si narra nel libro. I saluti istituzionali della Dirigente dell’IIS “Da Vinci-Agherbino” Rosa Roberto e dell’Assessore Marta Jerovante sono stati finalizzati all’importanza della Memoria nelle scuole, una Memoria tramandata anche attraverso i pochi testimoni diretti rimasti. Densi di preziosi spunti di riflessione anche gli interventi dei docenti Beppe Novembre e Raffaele Pellegrino.

05 31 MatitesbriciolateTestimonianzaGiacovelli 1L’8 settembre 1943: data storica che avrebbe dovuto essere salvifica, segnando la fine del secondo conflitto mondiale. Quando però le radio e la stampa diffondono la notizia dell’armistizio, c’è chi festeggia e chi, più saggio e lungimirante, asserisce che “Ora inizieranno davvero i guai!”
Avevano ragione questi ultimi: questa data sarà una catastrofe per l’esercito italiano! Alle cinque del mattino del 9 settembre, Badoglio scappa a Brindisi e il Re lo seguirà a ruota.
I paracadutisti dovevano atterrare su Roma, si dovevano attaccare le basi tedesche bombardando, ma tutto ciò non accade. Il nostro esercito non è preparato ed è subito il caos totale. Gli italiani non si fidano più dei tedeschi e viceversa. Il “Duce” risorge dalle sue ceneri come la fenice e viene istituita la Repubblica di Salò. In questo clima di totale incertezza e confusione, i militari italiani vengono posti di fronte ad una scelta non facile: aderire al regime totalitario non ancora sconfitto oppure scegliere una libertà futura (e molto incerta) pagandola con la prigionia e la quotidiana lotta per la vita. Della storia del protagonista di “Matite sbriciolate”, Antonio Colaleo, vi avevamo esaustivamente parlato in questo  articolo.

La sua passione per il disegno e quelle matite “spogliate” dalla parte legnosa perché occupassero meno spazio e non fossero requisite dai tedeschi, lo avevano in un certo senso salvato. Sua nuora Antonella Bartolo, però, ha continuato instancabilmente le sue ricerche, cercando disperatamente di risalire agli ormai pochissimi testimoni ancora viventi. Tali ricerche, l’hanno condotta al cooprotagonista della serata: Nicola Giacovelli, che ha vissuto sulla sua pelle quell’inferno.

05 31 MatitesbriciolateTestimonianzaGiacovelli 2Giacovelli, classe 1921 è un lucidissimo novantottenne con lo spirito di un giovanotto e la vita sembra averlo voluto ripagare dalle atrocità subite. Nei suoi occhi intelligenti e vispi, il dolore però è ancora vivo. Nicola ha tanta voglia di raccontare, ma quella pudicizia tipica d’altri tempi lo induce a frenare spesso il suo racconto: “Certe cose non le posso raccontare”- dice quasi timoroso di turbare gli animi della platea, specialmente dei giovani studenti presenti. Nicola Giacovelli, orfano di un padre che gli era stato portato via proprio dalla guerra, viene internato in un lager di Berlino, dove i bombardamenti continui costringono quasi a sperare che una bomba si abbatta sui loro rifugi, così che tutto abbia fine e il terrore non sia perpetuato. Quasi arrossendo, nel timore di suscitare disgusto, Giacovelli parla delle condizioni igienico-sanitarie praticamente assenti: “I pidocchi erano il nostro incubo! Ogni 15 giorni venivano disinfestate le nostre baracche ma serviva a ben poco. Sapete cosa mi salvò da una morte certa? Due chili in più! Esatto: due chili. Chi pesava sui trentacinque chili o meno, veniva considerato inutile e mandato a morire o ad Auschwitz o in maniera molto più lapidaria, freddato in loco perché tanto sarebbe morto ugualmente. Io, per mia fortuna, pesavo 37 chili”.

Nicola viene assegnato ad una fabbrica di mitragliatrici e, prima che questa venga completamente distrutta, con gli altri si chiede che senso abbia continuare a fabbricare macchine di morte quando l’arrivo degli alleati è vicino. Ormai lo si percepisce: chi è riuscito a costruire e sintonizzare qualche radio clandestina ha captato la notizia che si diffonde di bocca in bocca. Nicola Giacovelli racconta: “Un giorno, all’improvviso, udimmo un rumore riconoscibilissimo: erano carri armati che facevano il loro ingresso. Noi, nascosti a spiare la scena, ci aspettavamo gli Americani. Erano invece i Russi, che avevano prima liberato Auschwitz ed erano quindi arrivati da noi. Avevamo paura perché dei Russi, al contrario degli Americani, non si parlava molto bene in verità. Contrariamente alle nostre aspettative però, ci trattarono benissimo durante i cinque mesi in cui stemmo in Russia. Mangiavamo bene e ci davano anche cinque sigarette al giorno”. Con Giacovelli c’erano altri cinque nocesi, ora purtroppo scomparsi. Nicola racconta che si sono rivisti spesso dopo quella tragica esperienza. Quello che si siano detti, se sia scappata qualche lacrima, se ci si sia stretti un abbraccio che solo chi proviene dallo stesso girone infernale può scambiarsi, non ci è dato sapere.

In fine, Giacovelli si lascia andare ad una confessione amara: “Sapete quanto riconosce il governo ad un ex internato militare? Ad un prigioniero di guerra che agli occhi degli altri doveva essere semplicemente un “ospite”? Solo 25 euro al mese! 25 miseri euro per una giovinezza rovinata. Ma poco importa: la mia felicità più grande è quella di essere arrivato a spegnere quasi le cento candeline e di poterla raccontare. A voi giovani porgo i miei auguri per ogni sogno che volete realizzare e per un futuro che non dovete farvi rubare da nulla e da nessuno!”
Il professor Beppe Novembre, in conclusione di serata, ha ribadito l’importanza delle testimonianze provenienti dalla viva voce di chi c’era, perché si tratta di quella storia che non si potrà mai trovare sui libri, quella storia che si imprime meglio nella memoria a causa dello sguardo e delle espressioni di chi racconta.

 

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