Nessuno esca piangendo

temTEMPERAMENTE - Si può lottare per aiutare i figli degli altri e non riuscire ad avere un figlio tutto per sé? Si sopravvive al dolore per la morte prematura del proprio bambino e a quello dell’impossibilità di mettere al mondo una vita? Genitori che hanno perso un figlio e genitori di bambini mai nati, in fondo, non si somigliano un pochino?


Nessuno esca piangendoSono tanti gli spunti di riflessione che offre Nessuno esca piangendo, il memoir di Marta Verna edito da Utet Libri ad aprile 2016. Il libro è una testimonianza di quanto la vita, a volte, possa essere beffarda.


Marta è allo stesso tempo dottoressa e paziente, “madre” dei piccoli ricoverati nel reparto oncologia dell’ospedale in cui lavora e “madre in divenire” di Caterina, una figlia desiderata e mai venuta alla luce. Marta e Fabio conducono una vita di coppia soddisfacente e ricca, finché il desiderio di avere un figlio non si insinua nella loro relazione. Quando è ormai evidente che qualcosa non va, decidono di intraprendere un faticoso percorso terapeutico, che trasformerà Marta in paziente preoccupata, donna incompleta e moglie ostile. «Era chiaro già allora che i problemi sarebbero stati enormi e che ciascuno ne avrebbe dovuta portare una parte che era assolutamente personale e non cedibile», afferma lucidamente Marta. I coniugi hanno un pensiero dominante. Ma il prezzo da pagare per realizzare quello che da desiderio si è trasformato in imperativo categorico è alto: non solo le umiliazioni frequenti cui entrambi si sottopongono, ma soprattutto un graduale e silente allontanamento. Si dice che un figlio possa essere il collante di una coppia, ma è certo che un figlio che non arriva, presenza immateriale eppure così determinante, crei una crepa che va ingrandendosi col passare del tempo.


Mentre si sottopone alle cure mediche, Marta fa il medico. I suoi giovanissimi pazienti hanno conosciuto troppo presto l’orrore, ma sanno che per combatterlo bisogna continuare a sorridere alla vita. Sono dei saggi anziani nel corpo liscio di bambini: quante cose insegnano agli adulti che li circondano! La loro è una sapienza antica e naturale, nutrita dell’istintività tipicamente infantile, come quando calmano i genitori spaventati attraverso una semplice ed efficace stretta di mano.

Quanto i bambini siano in grado di sopportare e accettare e tacere prima di turbare la felicità familiare è un mistero prezioso e profondo che sfugge alla maggior parte degli adulti. Solo chi li osserva, alle soglie della fine, fingere di non stare male per non preoccupare la mamma può giurare che sia davvero così. I bambini sono in grado di applicare l’empatia senza conoscerne il significato.

Hanno due, dieci anni o pochi mesi, ma prima che quel mostro terrificante li avvolga nelle sue braccia comunicano messaggi di speranza a chi li ama. Come fa Sofia, una bambina che si affeziona particolarmente a Marta e che, nonostante il brutto male la stia trascinando lentamente con sé, si preoccupa della salute della sua dottoressa.
«Nessuno deve uscire da questa stanza piangendo. Ci sono creature là fuori che non devono sapere. Chiama il parroco e digli di suonare le campane a festa. Devono suonare a lungo»: è la frase tremenda che la sua mamma, disperata e lucida, pronuncia subito dopo il trapasso. No, gli altri non devono sapere, perché la morte di un bambino sconfitto da un tumore è un fatto inconcepibile e produce uno sgomento che toglie il respiro. La perdita di un figlio genera un dolore definibile solo da chi l’ha vissuto: non esiste vocabolario che esprima il terrore sordo di genitori che scoprono di sopravvivere a chi, naturalmente, dovrebbe sopravvivere loro. Ma a un certo punto, durante il percorso di cura, per queste mamme e per questi papà arriva il momento della consapevolezza, e allora l’obiettivo comune di medici e genitori è alleviare quanto più possibile il viaggio breve dei loro cuccioli, fare di ogni minuto un minuto gonfio del soffio vitale tipico della fanciullezza. Opporre alla morte prossima un’esistenza carica di amore e dolcezza e ricchezza interiore. Una pagina di questa testimonianza descrive magistralmente il ribaltamento di prospettiva, questo fissare «ogni giorno un obiettivo raggiungibile, un argine contro la tragedia e la disperazione», dando «un senso a quella giornata e permette[ndo] all’inaccettabile di avvicinarsi più lentamente, con maggiore discrezione».

Nessuno esca piangendoAccompagnando i suoi bambini nel loro percorso verso la guarigione o verso una morte lieve, Marta vede il suo rapporto con Fabio frantumarsi e rinascere, per sgretolarsi ancora e, una volta di più, venire ridefinito, ripensato, rivissuto. Il suo dolore è tutto lì, sedimentato sotto strati di buonsenso e razionalità, ma tangibile. Marta sa. È consapevole che «forse Caterina che non c’è sono in realtà molte Caterine. E forse la maledetta felicità in realtà esiste solo in quanto rielaborazione a posteriori e si dovrebbe smettere di cercarla ossessivamente mentre si vive».

Marta Verna vive la scrittura come un percorso terapeutico e con Nessuno esca piangendo compie una doppia, mirabile operazione: dà voce a Marco, Federico, Emiliano, Francesca, e a tutti quei bambini il cui passaggio sulla terra è stato incredibilmente breve e intenso; e si mette a nudo, raccontando con onestà intellettuale la sua esperienza di donna privata del diritto di essere madre. Nessuno esca piangendo riesce a farsi ossimoro, perché è narrato con una grazia e una delicatezza uniche, proprie di chi le ha naturalmente in dote, ma al tempo stesso arriva al lettore con una violenza paragonabile a un pugno nello stomaco. Il memoir di Marta Verna è tutt’altro che un libello carico di patetismi e sentimentalismi per lettori dalla lacrima facile, ma, pur scevro di orpelli stilistici volti a stuzzicare di proposito l’emotività, ha una forza incredibile. La forza di una storia che attinge il suo tessuto narrativo alla vita.
Si sorride, si piange, si spera. Vi prego, leggete questo memoir: si impara.

Marta Verna, Nessuno esca piangendo, Utet Libri, aprile 2016, 125 pp., 12 euro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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