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Giornata della memoria: la storia di Zygmunt Kelz raccontata ai ragazzi

01 28 incontro Kelz memoriaNOCI – Lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, presso l’Auditorium dell’Istituto Comprensivo Gallo-Positano, i ragazzi delle classi III della Scuola Secondaria di I grado “Gallo” hanno incontrato l’ingegner Bernardo Kelz, che emozionandosi ed emozionando ha raccontato loro l’odissea del padre Zygmund, ebreo nocese d’adozione scampato alla Shoah. Un’odissea che Kelz, assieme all’Avvocato Josè Mottola, appassionato studioso di storia, ha raccontato anche all’interno del libro “Dai Carpazi alle Murge: odissea di Zygmunt Kelz, scampato alla Shoah”. L’evento, patrocinato dal Comune di Noci è stato organizzato in collaborazione con la Biblioteca Comunale Mons. Amatulli e i ragazzi del Servizio Civile Universale.


Raccontare ai giovani studenti di oggi ciò che è stata la Shoah non è certo semplice. La portata di tale orrore, di tale abominio, valica abbondantemente la soglia dell’umana comprensione. Ma, volendo citare Primo Levi, “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E solo conoscere ciò che è stato rappresenta per noi la speranza di essere migliori, di evitare che un passato vergognoso abbia a ripetersi. Nei loro saluti iniziali, sia il Direttore della Biblioteca Comunale, Giuseppe Basile, sia la Consigliera con delega alla cultura, Marta Jerovante, hanno voluto ribadire quale sia il modo corretto di celebrare questa giornata. Non con retorica, non perché “si deve”, perché “la celebrano tutti”. Giustissimo parlare di quello che è storicamente accaduto, commemorare le vittime che hanno subito quelle orrende pagine di storia, ma il ricordo del passato deve diventare riflessione attiva e propositiva per il presente e ancor di più per il futuro. Ogni lezione di storia non va recitata mnemonicamente, ma capita appieno. A ciò si è riagganciato anche Bernardo Kelz prima di passare a raccontare in dettaglio la storia del padre Zygmunt: “La Giornata della Memoria non dev’essere un quadro appeso al muro, che offre una visione limitata, ma una finestra attraverso la quale il nostro sguardo può spaziare”. Per far meglio comprendere ai ragazzi la portata di quanto accaduto, Kelz ha aggiunto: “La caccia agli Ebrei ha riguardato ogni Stato Europeo. Un’autentica vergogna che in Europa, di matrice Cristiana, culla di democrazia e filosofia, un popolo senza esercito e senza nazione sia stato sterminato”. Troppo facile, quindi, puntare il dito esclusivamente contro Hitler e il suo “alterego italiano” Mussolini. Buona parte della responsabilità è anche di chi a questi folli ha concesso fiducia, sostenendoli nella loro ascesa al potere.
Ma chi era Zygmunt Kelz? Ebreo polacco fondamentalmente ateo ma profondamente calato nella cultura ebraica, era dotato di grande intelligenza (parlava undici lingue e conseguì ben tre lauree) nonché di grande sesto senso. Già da quando in Polonia entrano in vigore le leggi razziali (o leggi razziste, come le definisce il figlio Bernardo) sente che qualcosa di grave sarebbe di lì a poco accaduto. In Polonia, al tempo, gli ebrei non vengono ancora presi e deportati nei lager, ma la “stretta” si fa sempre più evidente. Ad esempio, non è concesso loro di frequentare l’università. Infatti, Zygmunt può realizzare il sogno di frequentare la facoltà di odontoiatria e di diventare un bravo dentista grazie a un amico che gli procura dei documenti falsi. All’università conosce Sara, una ragazza ebrea appartenente a una famiglia molto benestante e in vista di Varsavia. Si innamorano, convolano a nozze e mettono al mondo un bimbo di nome Bernard. Assieme alla moglie ventisettenne e al fratello, Zygmunt avvia uno studio dentistico. Sembrerebbe una storia con un lieto fine fiabesco, ma… nel 1939 le cose precipitano. La Polonia si trova tra “due fuochi”, due eserciti per lei imbattibili: la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Zygmunt capisce che fuggire, per quanto rischioso è l’unica possibilità di salvezza. Sua moglie però si rifiuta di seguirlo. Si sente al sicuro con al fianco la sua influente famiglia e con il suo bambino, con la sua professione ben avviata. A nulla servono i tentativi da parte di Zygmunt di convincerla che rischia più di lui. La prega di lasciargli portare con sé almeno il piccolo e per telefono, le dice che per 24 ore la aspetterà alla stazione, riagganciando senza neanche attendere una risposta. E correndo un rischio altissimo, con le forze naziste che controllano ogni movimento, Zygmunt la aspetta, ma di Sara e del piccolo Bernard neanche l’ombra. Del resto, quale donna di 27 anni avrebbe lasciato quello che le appariva con un “porto sicuro” per fuggire incontro all’ignoto assieme al marito? Zygmunt, amareggiato e disperato, parte da solo. Ha con sé esclusivamente una valigia e l’oro utilizzato per le protesi dentarie, cucito all’interno delle tasche. Ne ha lasciato un po’ anche per i genitori e per i fratelli. Arriva fino alla frontiera con la Slovacchia, dove trova un polacco disposto a collaborare. Gli porge la valigia: “Questo è tutto quello che ho”. Si scambiano uno sguardo d’intesa, il polacco prende la valigia. Ora che ne è in possesso potrebbe anche sparagli alle spalle. Zygmunt, con il cuore in gola, conta ciascuno dei passi che lo separano dalla linea di frontiera: sono 200. Per fortuna non spara. Il peggio è scongiurato, anche se il sodalizio di Zygmunt sarà ancora lungo. Entrato a far parte dell’esercito Polacco viene mandato in Libia. Quando non combatte, torna presso lo studio odontoiatrico che ha aperto in Palestina. Qui, gli giungono le notizie che mai avrebbe voluto ricevere: tutta la sua famiglia è stata sterminata. Non ci sono più i suoi genitori, i fratelli, la moglie e il piccolo Bernard. La sua odissea lo porterà alla fine in Puglia, prima a Taranto, poi nella nostra Noci, dove opera presso l’ospedale militare ubicato in quello che ora è l’edificio scolastico Positano. A Noci prende lezioni di italiano da una giovane insegante, Dina De Caro. Lezione dopo lezione, cresce un sentimento molto forte, che somiglia sempre di più all’amore. All’ultima lezione lui si presenta con un fascio di fiori per ringraziarla e salutarla prima di partire. Lei gli dice “Beato lei che lascia questo posto di povertà e di miseria!”. Zygmunt le chiede “Vuol venire con me?”. Dina lo segue. E’ l’inizio della loro bellissima storia d’amore. Si sposeranno ben tre volte: con rito ebraico riformato, con rito civile e infine con rito cristiano in Chiesa. Un amore che ha intelligentemente vinto su tutto, anche sulle maldicenze e la poca tolleranza dei “benpensanti” dell’epoca. Nonostante a Dina i medici avessero detto che non sarebbe mai potuta diventare madre, lei e il suo Zygumunt misero al mondo un bimbo che fu chiamato appunto Bernardo, in memoria di Bernard, il figlioletto avuto con la prima moglie Sara e ucciso assieme a lei dall’odio antisemita dai nazisti. Dopo aver risposto alle domande dettate dalla curiosità dei ragazzi, Bernardo Kelz è stato da loro omaggiato con un cartellone realizzato da una ragazza diversamente abile e, da parte di tutta la scuola, con quadro costituito da un foglio in rame recante una chiave di violino e una bellissima scritta che sottolinea l'importanza delle microstorie, senza le quali non esisterebbe la grande storia.

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