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09 07 enrica intiniNOCI (Bari) – Una passione quella per la medicina nata non per imitazione ma sentita sin da bambina. Enrica Intini non ha mai nutrito alcun dubbio su ciò che sarebbe stato il suo futuro: diventare un medico è sempre stato il suo sogno e oggi, dopo importanti traguardi raggiunti e dopo innumerevoli sfide, Enrica un medico lo è davvero. L’impegno con la quale ogni giorno affronta il suo lavoro è tale da percepire come una insormontabile difficoltà quella di creare un distacco tra sé e i suoi pazienti, non poter portare al di fuori dell’ospedale il vissuto di ogni singola persona che si affida alle sue attente cure. Una passione, un sogno che grazie alla sua determinazione è diventata la sua realtà.


Subito dopo la maturità linguistica, decidi di dar voce al tuo sogno di diventare medico. Come nasce questa tua grande aspirazione?

È una domanda a cui non so ben rispondere. Tranne mia madre, che nutre un profondo interesse per la medicina, non ho nessun parente medico che possa aver contribuito allo sviluppo della mia grande passione, non ho mai seguito da vicino qualcuno che portasse avanti questa missione. Credo sia nata, cresciuta e pian piano diventata realtà, in me stessa, nel mio animo. È dai tempi delle scuole elementari che dico di voler diventare medico, ma tutti credevano fosse una frase detta da una bambina di 7 anni, che crescendo avrebbe cambiato mille volte idea sul proprio futuro. E invece quelle parole non mi hanno mai abbandonata ed ora più che mai diventano realtà.

Durante i tuoi studi, hai esplorato da vicino branche molto complesse della medicina. Quali i campi che hanno maggiormente catturato il tuo interesse?

Grazie al piano di studi della facoltà di medicina e chirurgia, dal terzo anno di corso le lezioni frontali sono associate alla frequenza dei reparti, affinché si conosca in toto il senso dell’essere medico. Ho constatato che ciò che attira la mia attenzione è l’aspetto misterioso proprio di alcune discipline. Sono affascinata da tutte quelle branche mediche in cui pullulano malattie senza una causa certa, e che non è, dunque, possibile curare, malattie con una causa nota ma per le quali non esiste terapia, o patologie che non si sa perché avvengono e perché si presentano in forma diversa in ciascun paziente. A tal proposito, il primo reparto che ha suscitato un grande interesse in me è stato quello di Pneumologia (malattie dell’apparato respiratorio). Rispecchia a pieno quanto detto prima, considerando che tanti agenti nocivi, per i quali non esiste una terapia in grado di promuovere la remissione della malattia, causano patologie respiratorie ampiamente diffuse e di grande impatto sociale. Nell’arco dei miei studi ho cambiato idea diverse volte perché la medicina è tutta strepitosamente bella e sarebbe assurdo fermarsi alla prima scelta. Così mi son lasciata sedurre da altre branche, quali Ematologia, Chirurgia generale, Genetica e in ultimo Neurologia, per la quale c’è stato un colpo di fulmine. La Neurologia è affascinante, misteriosa, complessa, ampia in argomenti e superficie corporea di interesse; anche qui ci sono tante malattie senza una soluzione, la ricerca ha un ruolo centrale in questa branca e ciò non può che essere stimolante! Per me è stata molto importante, tanto da aver frequentato il reparto negli ultimi due anni di studi e da aver deciso di scrivere la tesi di laurea in Neurologia, in particolare sulla SLA, avendo seguito uno studio sulla scoperta di una rara mutazione responsabile della malattia.

Durante tutto il tuo percorso, quale è stato il momento più difficoltoso che hai dovuto affrontare?

Come è ben risaputo, il test di ammissione alla facoltà di Medicina non è certo una passeggiata! È un mix di fortuna e conoscenza, e proprio per questo, come si suol dire “è un terno a lotto!”. Il primo anno non ho passato i test, forse non avevo la fortuna dalla mia parte. È stato un momento molto destabilizzante, non sapendo cos’altro fare ed essendo fermamente convinta che quella sarebbe stata la mia strada. Così, ho deciso di immatricolarmi alla facoltà di scienze biologiche, non per parcheggiarmi da qualche parte per un anno, ma per sfruttare a pieno il primo anno di corso, comune a tutte le facoltà scientifiche, sostenendo tutti gli esami che mi sarebbero stati utili per superare il test di ammissione dell’anno successivo e che mi sarebbero stati convalidati nel primo anno di corso di Medicina. È andata proprio così! Avendo studiato fuori, a Siena, sicuramente il primo momento difficile è stata la prima notte lontana da casa, in una città nuova, in una casa mai vista prima, tre ragazze sconosciute con cui condividere casa e vita quotidiana e una stanza che dovrebbe essere tua ma che di tuo non ha nulla! Pian piano, ovviamente, queste paure scompaiono e lasciano spazio ad una bella realtà, in cui ti accorgi di quanto sia importante abbandonare il proprio guscio per crescere e vivere la vita, in ogni sua sfaccettatura, con le sue gioie e i suoi pericoli, con la sua diversità in ciascuna persona e con tutte le difficoltà che ogni giorno si è pronti ad affrontare.

In questi anni Siena è stata sempre la tua fissa dimora?

Siena è stata la mia dimora per poco più di 7 anni, comprendendo un anno di scienze biologiche, sei anni di medicina e sei mesi di esame di stato. In questo periodo l’ho abbandonata solo per sei mesi (Febbraio 2014- Giugno 2014) in cui sono stata a Parigi, nell’ambito del progetto Erasmus. Son partita, con l’incentivo del mio Professore di Neurologia, per approfondire il mio lavoro di tesi in uno degli ospedali più importanti dal punto di vista neurologico, Hôpital Pitié-Salpêtrière di Parigi. Ho frequentato il reparto di Neurologia per sei mesi, dove ho potuto scoprire malattie mai sentite prima, terapie sperimentali, modi di lavorare diversi dai nostri, in cui lo studente è responsabilizzato e messo nelle condizioni di poter praticare e agire in prima persona sul paziente. Lo studente è un collaboratore importante per loro, è il punto di partenza su cui investire per poter tramandare il lavoro di tanti anni e di tanti esperti che hanno dato la loro vita alla medicina. Sentirsi appagati, vedere riconosciuto il proprio lavoro da medici luminari della neurologia, sentirsi una pedina importante dell’equipe ospedaliera, non ha prezzo perché è un grande incentivo ad andare avanti e credere, sempre più convinti, che quella è la strada giusta.

Quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi per chi, come te, decide di intraprendere il lungo percorso della medicina?

Tra gli aspetti positivi, primo fra tutti è la possibilità di coltivare la propria passione e di poter utilizzare tutte le energie a disposizione per poter aiutare gli altri e far qualcosa per chi è meno fortunato. Fare il medico è un lavoro diverso dagli altri; ci vuole pazienza, umiltà, affinché il medico e il paziente siano sullo stesso piano sociale, possibilità e volontà di ascoltare gli altri, capacità di non lasciarsi influenzare dall’apparenza, saper riconoscere i propri limiti per agire esclusivamente nel bene del paziente, disponibilità a prestare il proprio servizio a chiunque, senza distinzione sociale, economica, raziale o religiosa. Credo che sia una vocazione, per la quale non si studia e non si fa pratica, ma che nasce e cresce solo in alcuni di noi. È difficile elencare gli aspetti negativi, perché credo siano davvero esigui. Il più importante per me è la difficoltà, finito il turno di lavoro, di lasciare tutto ciò che riguarda i pazienti in ospedale, non portare con te le loro storie, mantenere una certa distanza affinché la tua vita non sia divorata dai problemi altrui. Ma sono sicura che con il tempo e l’esperienza saprò essere empatica.

Dopo aver raggiunto importanti risultati, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, l’abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo, i tirocini volontari che ho frequentato fino a Maggio 2015, a fine Maggio ho sostenuto il concorso di specializzazione in Francia (ECN), che ho superato per la specializzazione di Medicina Generale, e a fine Luglio ho sostenuto il concorso di specializzazione in Italia che ho superato per Pneumologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Ho accettato quest’ultima opportunità. Sono una persona che crede molto nel destino; penso che ognuno di noi abbia la propria vita scritta da qualche parte a noi sconosciuta e di cui noi siamo solo degli attori. Per cui ho pensato che la prima scelta è sempre la più importante, quella che non si dimentica, quella che ritorna, quella che potrebbe curare tante mie paure o che avrebbe potuto curare le persone a me care, che, purtroppo, sono venute a mancare per problematiche respiratorie. Mi piace pensare che dietro questa scelta ci siano loro a guidarmi e proteggermi. Quindi ho deciso di non aspettare lo scorrimento in Neurologia, per la quale ero in attesa di collocamento, e accettare il contratto di Medico Specializzando nel reparto di Malattie dell’Apparato Respiratorio del Policlinico Gemelli di Roma (Università Cattolica del Sacro Cuore), con data di inizio 1 Novembre 2015. Quindi, dopo una bellissima pausa a Noci, a metà ottobre è previsto un nuovo trasferimento nella capitale. Sono sicura che mi attenderà una bellissima esperienza, che mi darà l’opportunità di crescere sia dal punto di vista personale che, soprattutto, professionale. Non posso che augurarmi il meglio dopo tutti i sacrifici fatti per realizzare il mio grande sogno!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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