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Chiostri e Inchiostri 2023: il racconto della seconda serata con Antonio Caprarica tra i super ospiti

07 30 Caprarica chiostriNOCI – Come da nostra consuetudine, anche per questa quarta edizione di Chiostri e Inchiostri, raccontiamo ai nostri lettori gli eventi che abbiamo seguito, tra i numerosissimi svoltisi durante ciascuna delle serate che hanno animato il Centro Storico nocese. Quella di ieri, 29 luglio, ha visto tra i super ospiti Antonio Caprarica, esperto ed appassionato di monarchia Inglese, con il suo nuovo libro su re Carlo III. Si è parlato però anche di sanità, prevenzione e nuove frontiere della medicina, con il Professor Francesco Schittulli e di “Opera a luci Rosse” con il musicologo Federico Fornoni.

07 fornoni chiostriAlle ore 19:00, presso Largo Albanese, Federico Fornoni, noto musicologo, ha presentato il suo saggio “L’opera a luci rosse”, dialogando con la Dott.ssa Vincenza D’Onghia, fervente appassionata e cultrice di musica, nonché socia del Centro Studi Giacomo Puccini. L’originalità del libro è insita proprio nel titolo: esplorare sessualità ed erotismo nel melodramma dell’Ottocento. È necessario premettere che, per quanto possa apparire paradossale, nell’Ottocento siamo ben lontani dalla licenziosità maliziosa che ha visto dominare ad esempio il Seicento. Una società puritana solo in apparenza, che va in ovvia controtendenza con quella che era la realtà dei fatti. L’ipocrita censura la faceva da padrona e preti, frati e istituzioni controllavano quasi interamente la vita sociale. Il teatro e il melodramma non facevano certo eccezione. Non mancavano, ad ogni modo, i “coraggiosi” che, avvalendosi di stratagemmi sottili, riuscivano a portare in scena tematiche come la prostituzione o l’adulterio. Prendiamo ad esempio il “Rigoletto”: Gilda viene rapita dal Duca di Mantova e lo spettatore non vede quello che succede dietro quella porta, ma unicamente ciò che avviene al di fuori da essa. E di fuori, c’è Rigoletto, questo padre disperato che è ben consapevole di ciò che la figlia stia subendo, e picchia in continuazione contro quella porta chiusa per poterla salvare. Rigoletto è adirato non tanto perché la figlia abbia perso in modo traumatico la propria virtù, ma perché il fatto che la ragazza non fosse più illibata, costituiva un grande problema per la famiglia che non avrebbe potuto facilmente darla in moglie a un gentiluomo per bene, stipulando così un vantaggioso contratto matrimoniale. Pian piano, si iniziano a “sovvertire” gli schemi adottati per molto tempo, grazie anche a Verdi e a Puccini. Se prima la seduzione era una questione ad esclusivo appannaggio del genere maschile, ora i ruoli vengono appunto “rovesciati”, con l’entrata in scena di “femme fatale” o comunque donne sempre più “mascolinizzate”. Sono libere, emancipate, addirittura delle contrabbandiere e quindi delle “fuorilegge” come la Carmen di Bizet. Da sottolineare il rapporto tra sessualità e malattia. La tubercolosi, ad esempio ai tempi della violetta de “La traviata” era considerata il morbo delle meretrici, perché non se ne conosceva ancora la causa scatenante. Quando arriva la Mimì de “La bohème”, si conosce già qualcosa in più in merito. La protagonista, infatti, muore in una soffitta gelida e al contrario di Violetta, non fa parte del modo della prostituzione. Colui che più di tutti ha creduto nel fatto che la sensualità dovesse mostrarsi come una espressione carnale e libera, priva di convenzioni, sfidando il moralismo falso e bigotto, è stato Puccini. Dal suo carteggio, apprendiamo di un’opera mai realizzata, ma rimasta esclusivamente in fase embrionale, che avrebbe visto un bacio tutt’altro che casto, ma focoso e appassionato tra i due protagonisti. Chissà quali meraviglie ci avrebbe riservato il Maestro Puccini se fosse vissuto più a lungo. La cosa certa è che se nel melodramma la sessualità non poteva essere mostrata direttamente, la musica la fa arrivare allo spettatore in tutta la sua dirompente potenza.

07 30 Antonio CapraricaAlle ore 20:00, presso Largo Sottotenente Rotolo, grande ospite della serata è stato Antonio Caprarica, che ha dialogato con Caterina Liuzzi a proposito del suo nuovo libro “Carlo III, il destino della Corona”. Lo scrittore, appassionato ed esperto di Monarchia Inglese, mette il nuovo re “sul lettino dell’analista”. Una disamina attenta e puntuale in ogni sua sfaccettatura, resa vivace e scorrevole dalla simpatia e dall’ironia che contraddistinguono lo scrittore. Oltre al lato pubblico e istituzionale del nuovo monarca, il lettore potrà scoprirne soprattutto quello umano. È facile pensare a Carlo come a un uomo fortemente privilegiato. Principe e ora, finalmente re, cresciuto negli agi e nel benessere: certamente non gli è mai mancato nulla, o almeno non dal punto di vista materiale. Sul piano umano però, le cose sono ben diverse. Tralasciando il fatto che il protocollo e le rigide etichette di corte siano abiti che starebbero stretti a chiunque, se indossati in prima persona e non visti indosso ad altri, Carlo ha avuto la sua serie di difficoltà e di dolori. Chi avrebbe voluto crescere all’ombra di una madre che, come Elisabetta, era considerata un “monumento umano”? Un confronto non facile da reggere, soprattutto in virtù della consapevolezza che qualunque cosa tu dica o faccia, tua madre, la regina, l’avrebbe detta o fatta meglio. Fin da quando Carlo era un bambino, suo padre, il Principe Filippo, lo ha sempre definito “una scamorza”, ovvero uno smidollato, un “pappamolle”. Invece, secondo Caprarica, di coraggio il neo-monarca ne ha avuto da vendere. Un animo da vero “ribelle” nascosto dalla parvenza di totale sottomissione e self control. Carlo ha avuto contro non solo gran parte della popolazione britannica, ma del mondo intero, per via del suo matrimonio con Lady Diana, miseramente naufragato. Carlo il traditore, Carlo che ha tradito un fiore di bellezza e di bontà con la più “rustica e meno avvenente” Camilla, Carlo addirittura accusato (ingiustamente) della morte dell’amatissima principessa del Galles. Le cose non stanno propriamente così. Diana, la principessa del popolo rimasta nel cuore di tutti, poteva essere la persona migliore di questo mondo sotto ogni aspetto, ma Carlo amava Camilla da molto tempo prima. Immaginate di dover sposare per “dovere”, perché ve lo impone il protocollo, qualcuno che non amate. Non è di certo una bella sensazione, vero? E qui viene fuori l’animo ribelle di Carlo, che si è fermamente impuntato. Quando gli è stato prospettato l’ultimatum “O Camilla o il trono”, ha risposto che il suo amore per lei non era negoziabile con nulla. Un amore che ha resistito al tempo e a ogni sorta di calunnia e cattiveria. Hanno dovuto aspettare infatti ben 35 anni, Carlo e Camilla, per vederlo suggellato ufficialmente. E alla fine ha intenerito tutti vedere questi due sposi non più giovani, con il volto segnato dalle rughe ma ancora innamoratissimi avanzare a braccetto. Anche Camilla, con il tempo, ha saputo guadagnarsi il rispetto e la stima dei sudditi e, negli ultimi tempi, perfino della stessa regina, dalla quale era stata in precedenza fortemente osteggiata. Da Carlo III possiamo imparare una importante lezione: la pazienza premia sempre, sia in amore che in ogni altro ambito della vita. Questo monarca, salito al trono alla veneranda età di 74 anni, ha paradossalmente saputo svecchiare la monarchia, riuscendo a mostrarne anche il volto più autentico. Se la regina “non si poteva toccare”, re Carlo III cammina tra i sudditi, stringe mani, è in prima linea per quanto riguarda la filantropia e le iniziative ambientaliste. È anche un grande esperto di oli d’oliva, tra cui anche quello pugliese. Non si può quindi non riconoscergli il merito di fornire un’immagine molto più inclusiva della monarchia. Interrogato da Caterina Liuzzi sul futuro di re Carlo III e della monarchia, Caprarica ha così concluso: “Il suo destino sarà molto probabilmente lo stesso toccato a molti Papi di “transizione”, ma qualcosa riuscirà a lasciare nel cuore dei sudditi. Dopo di lui? Speriamo che la monarchia non muoia di noia!”

07 30 Schittulli ChiostriAlle ore 21:00, Largo Albanese ha ospitato il prof. Francesco Schittulli, oncologo e Presidente nazionale della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori, che dialogando con il dott. Antonello D’Attoma ha parlato di tematiche importantissime quali la prevenzione e le sue nuove frontiere e l’importanza di educare fin da giovanissimi a uno stile di vita sano, capace di ridurre sensibilmente il rischio di insorgenza di patologie oncologiche. Innegabilmente, la medicina ha fatto negli ultimi decenni dei passi da gigante e, anche per alcune tipologie di cancro, l’aspettativa di guarigione e quindi di vita sono aumentate sensibilmente. Una buona notizia, certamente, ma il cancro resta sempre un “nemico da battere sul tempo”. Per farlo, l’unica arma in nostro possesso, resta la prevenzione. Le modernissime tecniche diagnostiche, ci consentono addirittura di prevedere se entro qualche anno potremmo sviluppare una patologia oncologica e dove possa essere potenzialmente localizzata. Il problema è che di prevenzione, purtroppo, se ne fa pochissima. A complicare la situazione, acuendo la cattiva abitudine a non prendersi cura di sé, ci si è messo anche il covid. Soprattutto le donne, si sono notevolmente trascurate, giungendo poi a situazioni particolarmente critiche, che richiedono interventi sempre più demolitivi, con relativa compromissione della qualità della vita. È chiaro che appare quanto mai necessaria una riabilitazione tanto fisica quanto psicologica. Alla base, però, è imprescindibile decisa “sterzata” alla sanità, che deve rimanere “apolitica”. Evitare la fuga dei medici dagli ospedali, incentivare sempre più la ricerca e soprattutto uscire dal tristissimo primato che la Puglia vanta in merito alla lunghezza chilometrica per le liste d’attesa. Puglia ci si ammala di meno di cancro rispetto ad altre regioni, ma, paradossalmente, si muore di più. Un dato che deve far riflettere, assieme al fatto che un investimento sulla sanità non sia mai sbagliato. Non si può essere rassegnati; non si può pensare che la nostra situazione sanitaria sia “normale”. Come ha ricordato Schittulli “La speranza ha due figli: lo sdegno e il coraggio”. Siamo fortemente indignati, e va benissimo: l’indignazione è un fattore fortemente positivo, purché si traduca in coraggio di cambiare le cose.

 

 

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